Marie Malherbe

Blog

Added Apr 18, 2019

Tribute to Notre-Dame de Paris

Centenaire de la Paix fragile 1918

Added Nov 11, 2018

A la mémoire de mon arrière-grand-père Marius

et de tous les hommes accourus des confins de la Terre 

tombés, mutilés ou défigurés pour sauver la liberté.


L’empreinte humaine

dans la boue se déforme.

L’homme de boue espère à peine

en attendant qu’on le transforme

en lambeaux comme plus d’un 

gisant à côté de lui

peut-être en héros national

selon les mots du formulaire

qu'on enverra à sa mère

et puis un jour en mémorial.

Les corbeaux à Verdun

se régalent.


L’empreinte humide

des sanglots

que nul n’entendra jamais

à Londres ou à Sarajevo,

à Grasse, à Vienne, au Dahomey

disparait sourde et liquide

dans la tourbe et dans l’eau glacée.


L’empreinte forcée

du cortège

qui monte sur la Voie Sacrée

retrace l’odieux sacrilège

Adieu vie, et toi que j’aimais

ma mère, mon frère, ma fiancée.


Les blessés croisent la jeunesse

de ceux qui montent vers l’affront

la mort est déjà sur leur front

chaque homme devient sa propre messe

de l’Absurde on construit le vitrail.


On se presse dans les deux sens,

sans cesse il faut qu’on ravitaille

en hommes, chevaux et victuailles

la mort qui tue à contre-sens.

L'enfer ripaille comme un chancre

les visages, les cœurs, les entrailles

tombent dans la furie de son ventre

la terre est tant gavée qu’elle en devrait vomir.


Chaque heure on prie pour en finir

ne serait-ce que le temps d'un songe 

mais on n'entend que des mensonges.

Au front les nouvelles se déforment

rien n’est plus sûr que ces blessures

dans les vapeurs de chloroforme.


L’empreinte acide au soir

du plus grand fratricide de l’Histoire

couvre la terre de sang et de dégoût.

Dites-nous, dites-nous charognards:

l’innocence avait-elle vraiment

meilleur goût ?

Canto a Zenobia / A Song to Zenobia

Added Oct 27, 2017

Il ciclo Canto a Zenobia è un omaggio ai recenti restauri dei bassorilievi di Palmira, un lavoro bellissimo dell'Istituto Superiore della Conservazione e del Restauro italiano, recentemente esposti ad Aquileia. Questo ciclo di pittura si ispira a diversi frammenti archeologici (busti funerali e ceramiche) come testimoni fragili di una città che fu incrocio di civiltà. L’affascinante figura di Zenobia, regina guerriera e ambiziosa ma anche donna di grande apertura intellettuale, ci fa entrare in un mondo colto dove s’intrecciano le culture egizia, greca, armena, palmirena e romana. Un canto all’amore rispettoso tra civiltà diverse, all’esigenza interiore di conoscenza reciproca nella ricerca comune della bellezza e della saggezza.

made in.. Art gallery, Venezia
curatrice : Chiara Boscolo
Presentazione di Francesca Brandes

Jacob / Giacobbe

Added Oct 27, 2017

A cycle of paintings about the life of Jacob according to the Genesis

Via Lucis

Added Apr 29, 2017

Easter exhibition in the cloister of the Servitenchurch, Vienna

Marie, nouvelle Eve

Added Apr 26, 2017

Diptyque de l'Annonciation pour la restauration de la Chapelle San Pérégrin à Vienne (couvent des Servites)

"Immagini del cuore" intervista da Giovanna Azzola e Alessandra Cecchin per la Vita del Popolo, 25 dicembre 2016

Added Feb 21, 2017

(estratto dell'intervista)

Che significato ha il quadro "Madonna Giardino" scelto per la copertina di questo numero di Natale ?

Questa Madonna col bambino richiama la tematica del giardino sviluppata durante l'anno della Misericordia sulle colonne del Duomo di Treviso. Come nella colonna del Magnificat, la Vergine sta in piedi e in legame stretto con fiori e frutti. Ma l'atmosfera non è più l'esplosione di lode del Magnificat; è interiore e concentrata, con un senso certo di gioia, ma anche di vigilanza. Ci presenta un bambino nato non confortevolmente in casa sua, ma lungo un percorso non privo di pericoli. Lei stessa, rivestita di un mantello, è pronta a continuare la strada... e se necessario, a fuggire per proteggere il suo piccolo. La scena appare infatti come una sintesi tra la Natività e la fuga in Egitto. Nel buio appare la figura leggera di una giovanissima donna, ma nel suo mantello da profuga rifiorisce l'Eden.

Fuori, il buio. La natura esterna sembra addormentata, ma nel segreto del mantello di una madre commincia il rifiorire di un giardino tutto interiore : quello del nostro cuore di figli e adoratori. (...) 

Via Crucis

Added Feb 6, 2017

Via Crucis 2017, Cloister of the Serviten Church, Vienna (Austria)

LOOK UP ! Venice Carnival 2017 Exhibition

Added Feb 6, 2017

Exhibition on the occasion of the Venice Carnival

Presentazione della mostra 'Danse avec l'Ange' da Francesca Brandes, Venezia, ottobre 2016

Added Nov 17, 2016

Riflessioni sul trittico 'Giacobbe e l'Angelo'

Presentazione inaugurale da Francesca Brandes, poeta e saggista d'arte :

 

Gli arabi lo chiamano Zarquà, “torrente blu”. Per gli ebrei è lo Jabbok, “fiume che scorre”, si spande per le colline di Giordania, come aroma da un vaso antichissimo e prezioso.

Giacobbe si è svegliato di notte e ha fatto passare i suoi al di là del guado, le due mogli e le due serve, gli undici figli e gli armenti. Sa bene che il fratello Esaù lo minaccia da vicino; gli ha mandato contro quattrocento uomini, e non per portargli pace. Forse vuole ucciderlo, o almeno rubargli il gregge.

È solo, sulla riva del torrente blu, e sta per intraprendere la lotta più difficile della sua vita.

Giacobbe rimase solo – è scritto – e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba.

Ish, un  uomo quindi, apparentemente nominato nel racconto biblico come “uomo”, e non D-o, e non Signore: Ish, chissà da dove è giunto, dalle sue spalle, dai cespugli neri come pece, o dal cielo colmo di stelle … Davvero ha afferrato Giacobbe in una morsa, o è solo la sua immaginazione? Eppure, quando tutto sembra perduto, l’essere si arrende, o almeno pare: Lasciami andare – gli dice – perché spunta l’alba. Perché mai una simile lotta? Forse perché, dopo quella notte, Giacobbe non sarà più lo stesso. Prima di svanire, l’entità gli ha mutato il nome: Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, poiché tu hai lottato con D-o e con gli uomini, e hai vinto …

Non un solo uomo, quindi, ma molti. Forse l’essere misterioso è D-o stesso, o un messaggero da D-o inviato.

Questo è un testo scomodo, a suo modo inquietante. Per quale ragione D-o si farebbe avversario, quasi un nemico sbucato dall’oscurità, terribile, implacabile? Come se non bastasse, alla fine l’Onnipotente si rivela debole; persino un pastore come Giacobbe può resistergli, anche se l’essere lascia in lui un segno indelebile, una slogatura dell’anca che lo renderà claudicante per sempre. E poi lo benedice. Anche Giacobbe chiede il nome allo sconosciuto, che risponde alla domanda con un’altra domanda, come sempre avviene nella tradizione ebraica.

Davanti all’enigma dello Jabbok non c’è soluzione, solo stupore. In ogni destino umano si rinnova l’angoscia notturna di Giacobbe; talvolta, di fronte all’acqua blu della solitudine, giunge improvvisa la luce. Pur negli esiti diversissimi, le interpretazioni del passo sono concordi su un punto: il D-o che si manifesta nella lotta non è un principio trascendente e lontano. È prossimo, a portata di mano. È l’immanenza che abita la Storia, che scuote, provoca e ferisce. Inevitabile che un racconto tanto strano abbia colpito l’immaginazione e la sensibilità degli artisti che ad esso si sono ispirati.

La visione di Marie Malherbe, in questa mostra coerente e raffinata, privilegia alcuni elementi introspettivi, secondo lo spessore intellettuale che le è proprio, coniugandoli con un colore cristallino che possiede la luminosità del diamante. Di tutte le mostre di Marie che ho avuto il piacere e l’onore di vedere, questa si precisa per una maturità di tratto e una chiarezza progettuale incredibili: non è lotta, ma danza, quella tra Giacobbe e ciò che Marie sceglie di chiamare “angelo”, danza di resistenza, di equilibrio, ma soprattutto danza di riconoscimento. L’attribuzione dell’identità, oltre, al di là dell’eroe, addirittura al di là dell’Onnipotente, passa appunto per il riconoscimento del limite, della nostra debolezza. Passa per quella ferita. Come se – sembra suggerire l’artista – fosse a partire da lì che si può costruire la propria specificità, la propria affermazione.

Parafrasando una citazione cara alla mistica cristiana del monte Athos, per quest’artista si potrebbe sostenere che lo scopo del fare arte, del disegnare, del dipingere è quello di mantenere imperturbata l’unione dell’essere umano con il divino amore e la pace. Marie Malherbe è sempre centrata sulla verticale psichica che regge tutta la sua esile, angelica figura, eretta ed assieme abbandonata al gesto che crea, perfettamente in sé. È in lei quella terza dimensione di cui parla il filosofo del monoteismo Heschel: Noi non viviamo soltanto nel tempo e nello spazio, ma anche nella consapevolezza del divino.

È lo stile dei contemplativi, che solleva all’orizzonte della visione ogni esperienza. All’artista è dato di danzare, come Giacobbe con il proprio angelo, come ciascuno con il proprio angelo. La musica, quella, è indicibile. Risuona nell’Aperto, come in Sofferte onde serene di Luigi Nono, una risonanza senza tempo. È come ascoltare il vento – diceva Nono – ascolti qualcosa che passa, ma non senti l’inizio, non senti la fine, e percepisci una continuità di lontananze, di presenze indefinibili. Quasi, potremmo aggiungere, il battito d’ali degli angeli.

 

Francesca Brandes, Venezia, 28 ottobre 2016

 


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